Il profeta Elìa fu chiamato dal Signore a sostare alla sua presenza, a godere della sua vicinanza, ma per ben tre volte il profeta non riuscì ad avvicinarsi al Signore. In un primo momento corse dietro un “vento impetuoso”, simbolo della potenza, ma “il Signore non era nel vento”. Poi corse dietro un “terremoto”, anch’esso simbolo di una forza dirompente, ma “il Signore non era nel terremoto”. Ancora corse dietro un “fuoco”, ma “il Signore non era nel fuoco”. Infine, sentì “il sussurro di una brezza leggera”, così sottile e leggiadra che quasi passava inosservata, ma fu proprio lì che Elìa scorse la presenza di Dio e gioì della sua presenza. Questa lettura evidenzia che molto spesso, oserei dire sempre, noi uomini andiamo alla ricerca di cose “grandi”, “forti”, “dirompenti”, “maestose”, alla ricerca di una “felicità conclamata”, che faccia scalpore, che si manifesti ineluttabilmente e che venga riconosciuta da lontani e vicini come segno della nostra gioia. Tale spasmodica ricerca, però, sovente s’imbatte in tutt’altro frastuono: il “tonfo della nostra delusione”; poiché nella ricerca delle grandi altezze ci dimentichiamo della nostra vita, della nostra quotidianità, che sottile e leggera passa inosservata e non valorizzata. L’esperienza di Elìa, invece, ci insegna ad essere felici nelle piccole cose, nei piccoli gesti, in ogni cosa che capita nel corso della nostra vita e che merita di essere goduta e valorizzata. Che sia questo il segreto della felicità: godere pienamente di ogni istante e valorizzare tatta la nostra quotidianità? Le letture odierne sembrano orientarci in tal senso.

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