Nel Vangelo di questa domenica Gesù parla ai suoi discepoli del Giudizio Universale; di quando, cioè, gli uomini si troveranno dinnanzi all’Altissimo e dovranno rendere conto delle scelte fatte nel corso della loro vita. Per rendere l’idea di un Dio che finalmente attuerà la giustizia tanto attesa dagli uomini, Gesù si paragona ad un pastore che separa le pecore dalle capre, i giusti dai peccatori, promettendo ai primi il possesso del Regno dei Cieli, preparato per loro «fin dalla creazione del mondo»; e annunciando ai secondi il fallimento esistenziale assoluto e la condanna perpetua da scontare «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli».
La discriminante che identifica e distingue i giusti dai peccatori consiste nel servizio reso ai bisognosi. I giusti, nel corso della loro vita, servendo i poveri hanno attuato la giustizia di Dio ed ora sono da Lui giustificati; i peccatori invece, chiudendosi nel loro egoismo, si sono condannati al supplizio eterno dell’autoisolamento: condizione disumana se consideriamo che la persona è relazione.
Cosa ci insegna dunque questo Vangelo? Innanzitutto che i bisogni altrui non sono per noi motivo di scandalo, bensì occasioni autorealizzanti per incontrare il Signore che nei poveri si è identificato, come ci ricorda lo stesso Gesù: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». In secondo luogo che la giustizia tanto attesa dagli uomini non è qualcosa di vacuo ed evanescente; ma meta finale del pellegrinaggio terreno, che si concluderà con la nostra realizzazione (paradiso) o il nostro fallimento (inferno), decretati a partire dell’autoverifica dell’attuato o mancato soccorso nei riguardi dei bisogni altrui.
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