Le letture odierne parlano a più riprese della sofferenza del Cristo. Il Figlio di Dio, Gesù, l’uomo giusto per eccellenza, nonostante i suoi atteggiamenti altruistici ed il grande amore profuso per l’umanità intera, senza commettere ingiustizia alcuna, patì, soffrì, venne crocefisso e ucciso, senza averlo meritato. Le letture, però, aggiungono un dettaglio molto rilevante: prima ancora che Gesù nascesse, già i profeti e le Sacre Scritture ne avevano preannunciato la sofferenza, come qualcosa di prestabilito. Se la sofferenza per Gesù, il Figlio di Dio, era ineluttabile, probabilmente essa lo sarà anche per noi. Intendiamoci: non che Dio voglia la nostra sofferenza, ma essa, lo vogliamo o no, fa inevitabilmente parte della nostra esperienza umana. La sofferenza è parte integrante della nostra vita, ma, come nel caso di Gesù, essa non è l’ultima parola. La sofferenza è, piuttosto, una tappa, oserei dire, molto importante del nostro cammino: ci aiuta a capire alcune cose ed in questo è una maestra impareggiabile. Nessun’altra dinamica umana può istruirci meglio della sofferenza su cosa sia giusto fare o non fare, su cosa scegliere e cosa evitare. Che rapporto hai con la sofferenza? Sei riuscito ad accettarla e ad integrarla nel percorso complessivo della tua vita? Ricordiamoci sempre che essa non è la fine, è solo una tappa, a volte molto utile. Il fine della sofferenza, invece, è una rinascita a vita nuova, una vita migliore, come nel caso della risurrezione di Gesù che avvenne, appunto, sulla base della sofferenza, integrata però come trampolino di lancio per la vita eterna. A sua immagine anche noi possiamo usare la sofferenza come base, punto di partenza, trampolino di lancio per una vita migliore.
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