S. Paolo, costretto in carcere a causa della sua predicazione e della speranza riposta in Gesù di Nazareth, non rimase interdetto, ma continuò a predicare con coraggio la Parola di Dio. Come egli stesso dirà, dovette sopportare gravi ingiurie per il Vangelo, “fino a portare le catene come un malfattore”; ma continuò a portare avanti la sua vocazione e ad esercitare il suo ministero. S. Paolo ebbe questo coraggio poiché capì qual era la sua vocazione, e non poté rinunciarci senza perdere con essa anche se stesso. Una volta, infatti, compresa la propria vocazione non è più possibile rinunciarci, poiché essa è espressione della nostra vita, della nostra identità. Essa sale dal nostro io più profondo chiamandoci ad essere ciò che siamo realmente, abbattendo le maschere che noi stessi oppure gli altri ci hanno assegnato. La vocazione diventa espressione di libertà, manifestazione di quello che siamo realmente, desiderio di vita in grado di contagiare gli altri. S. Paolo sentiva fortissima la chiamata di Dio, per questo sopportò “ogni cosa”, nel tentativo di presentarsi a lui “come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità”. Sforziamoci anche noi di comprendere la nostra vocazione e di assecondarla con la stessa costanza che si addice ad un buon lavoratore, per realizzare noi stessi e, perché no, comparire dinnanzi a Dio contenti per il lavoro che abbiamo svolto.
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